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Previdenza

Svolta nella previdenza complementare: serve meno prudenza

di Giuliano Cazzola e Santo Versace 

C'è una novità positiva nel campo della previdenza complementare.

È stato varato il decreto ministeriale sul credito di imposta che, come previsto dalla legge di stabilità 2015, consente la riduzione fino a nove punti (dal 20% all'11%) dell'aliquota sui rendimenti, nel caso di investimenti virtuosi a favore dell'economia reale (il bonus è di sei punti – dal 26% al 20% - per le Casse dei libero professionisti).

Il provvedimento, orientando le risorse delle forme complementari (e delle Casse) a sostegno degli investimenti produttivi, potrebbe determinare una riduzione del danno prodotto dal nuovo regime fiscale sui rendimenti, contenuto nella legge di stabilità, del tutto in controtendenza rispetto agli schemi di tassazione diffusi in Europa.

Alla fine dell'anno scorso, il patrimonio delle forme complementari era salito a 131 miliardi di euro (+12% rispetto all'anno precedente): l'8,1% del Pil e il 3,3% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. Nel corso del 2014 sono stati raccolti 13 miliardi (600 milioni in più del 2013).

Dei contributi versati, 5,3 miliardi di euro sono arrivati dai flussi del tfr (l'82% ai fondi pensione negoziali e preesistenti).

Considerando l'orizzonte degli ultimi cinque anni, il rendimento medio annuo si è attestato al 4,8% per i fondi negoziali e al 5,2% per quelli aperti. Per i Piani individuali (PIP) al 4,9%.

Nello stesso periodo il tasso di rivalutazione del tfr è stato pari al 2,4%. Le forme di previdenza complementare, pertanto, anche in anni di profonda crisi economica, hanno vinto la sfida con i rendimenti garantiti, per legge, del tfr. Per quanto riguarda l'allocazione degli investimenti – si veda la relazione istituzionale della Covip per il 2014, quelli destinati al nostro Paese ammontavano a 34,5 miliardi di cui 28 miliardi erano costituiti da titoli di Stato.

Se si escludono tali tipologie di investimenti e la componente immobiliare, la quota di patrimonio indirizzata all'interno del Paese è limitata: gli investimenti in titoli emessi da imprese italiane ammontavano a 2,6 miliardi (3% del totale).

Di questi, 1,8 miliardi si riferivano a titoli di debito e 0,8 miliardi a titoli di capitale.

Alla fine del 2014 gli investimenti dei fondi pensione in titoli di capitale italiani, prosegue la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, costituivano circa il 5% del portafoglio azionario complessivo pari ad oltre 16 miliardi.

La Covip svolge, altresì, l'attività di controllo sugli investimenti degli enti previdenziali di base privatizzati' (le Casse dei liberi professionisti), le cui attività patrimoniali, alla fine del 2013, assommavano a 66 miliardi di euro.

Considerando gli immobili di proprietà diretta, i fondi immobiliari e la partecipazione in società immobiliari, gli investimenti della Casse si attestavano a quasi 20 miliardi, pari al 30% delle risorse.

Con riguardo agli altri investimenti, la quota più rilevante delle attività era allocata in titoli di debito, pari a 20 miliardi di cui due terzi in titoli governativi.

Al netto, dunque, della componente immobiliare e dei titoli pubblici, gli investimenti in titoli emessi da imprese italiane ammontavano a 2,5 miliardi: il 4% del totale delle attività, di cui 1,4 miliardi in titoli di natura obbligazionaria e 1,1 miliardi di natura azionaria. A fronte di questi assetti finanziari anche l'Autorità di vigilanza non ha esitato a sottolineare che:

a) la propensione dei fondi pensione verso il mercato obbligazionario rappresenta un fattore di criticità perché i livelli di rendimento relativi sono ridotti e lo saranno probabilmente anche nei prossimi anni, determinando quindi un inadeguato incremento dei montanti contributivi su cui si calcoleranno le prestazioni ;

b) gli investimenti in azioni costituiscono una percentuale assai limitata del portafoglio complessivo, mentre vi sarebbe l'esigenza di canalizzare risorse verso l'economia reale (fruendo in tal modo anche del bonus fiscale).

Si pone, pertanto, quello che la Covip chiama un «salto di paradigma» verso una politica di investimenti coerente con il mutato contesto che, essendo più complesso, richiederà un maggior grado di consapevolezza e di competenza da parte delle strutture di governo delle forme complementari e delle Casse privatizzate.

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