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di Edoardo Narduzzi

Con un doppio colpo, al corpo e alla testa, il governo Renzi ha mandato al tappeto le proposte pensionistiche del presidente dell’Inps Tito Boeri. Ha iniziato lo scorso sabato mattina proprio il Premier quando ha annunciato le linee guida di politica economica fino a fine legislatura: di pensioni se ne riparla nel 2018. Tradotto nel linguaggio del fare della politica significa che, dello sforzo propositivo riformista avanzato negli ultimi sette mesi da Boeri nulla diventerà legge. Il presidente dell’Inps, gli ha comunicato Renzi, può smetterla di inondare i media di sue proposte di cambiamento del sistema pensionistico italiano perché esse, stante l’agenda di governo, al massimo possono andare bene per organizzare una sessione di lavoro al Festival dell’economia di Trento. Non è detto che la decisione di Renzi sia la più giusta, perché le regalie retributive fatte negli ultimi decenni in Italia sono una delle grandi cause dell’attuale disoccupazione giovanile di massa (alla quale il Premier socialdemocratico, stranamente, non ha dedicato alcuna attenzione all’assemblea del Pd mentre dovrebbe essere il primo punto di un’agenda politica riformista, ndr.), ma le esigenze elettorali, cioè le amministrative del 2016, e l’andamento dei sondaggi hanno suggerito a Renzi di congelare la riforma pensionistica. Ora Boeri deve iniziare ad occuparsi della macchina dell’Inps, un carrozzone che eroga una qualità di servizi indegna dell’eurozona. Per decenni tutto nell’Inps è stato espressione dell’occupazione politico-sindacale e la qualità dei servizi, resi a chi pagava i costi dell’Inps, un fattore insignificante. Nella stagione della presidenza Mastrapasqua si è raggiunta la sublimazione: gare pubbliche, anche in settori chiave come la tecnologia, fatte in maniera che a priori fosse tutto già predefinito o, almeno, questa era l’impressione che il mercato aveva della gestione Inps e senza alcuna strategia industriale. I risultati delle gare, poi, rafforzavano la convinzione. Boeri, da questa prospettiva, ha già innovato. Nominando un direttore generale al di fuori della tecnostruttura Inps, quella scelta dai sindacati, ha mosso nella direzione giusta. Massimo Cioffi è stato un ottimo manager nel settore privato e il solito ricorso in tribunale contro la sua nomina dovrebbe rinforzare la traiettoria decisionale dello stesso Boeri: dare carta bianca al nuovo DG per rompere gli equilibri Inps, perché fino al 2018 la priorità di Boeri è diventata il miglioramento del funzionamento della macchina organizzativa.

Giuliano Poletti, poi, ha passato anche lui il Rubicone pensionistico. Non vuole essere più costretto a commentare le proposte di Boeri lette sui giornali. Da qui al 2018 sarà lui che farà al consiglio dei ministri le proposte di legge di riforma del sistema previdenziale e si sta organizzando a livello di staff per raggiungere l’obiettivo. Poletti ha ripreso le redini delle pensioni che Boeri gli aveva sfilato di mano.

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