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di Cesare Damiano 

In più occasioni, il Governo ha affermato che avrebbe affrontato presto il tema della cosiddetta flessibilità in uscita nel sistema previdenziale. A mio parere, è stato un errore non averlo fatto già nella legge di stabilità 2016. Da un lato decine di migliaia di lavoratori hanno visto posticipare il momento del pensionamento di tre, quattro, cinque anni, con gravi ripercussioni personali e sociali; dall’altro decine di migliaia di giovani qualificati vengono tenuti fuori dal mercato del lavoro. Insomma lavorano di più gli anziani; lavorano di meno o non lavorano proprio, i giovani. E’ bene quindi che il 2016 sia finalmente l’anno della flessibilità in uscita.

La Commissione Lavoro della Camera sostiene questa proposta sin dalla passata legislatura, nella quale è stato presentato un disegno  di legge del PD a prima firma Damiano, Baretta e Gnecchi, ripresentato nell’attuale.  L’idea è molto semplice: consentire ai lavoratori di anticipare il momento della pensione: dal 1.1.2016 l’età pensionabile è salita a 67 e 7 mesi perciò 4 anni di anticipo significano 62 e 7 mesi. Si potrebbe anche dire più semplicemente “quattro anni prima dell’età pensionabile”, purché i lavoratori abbiano almeno 35 anni di contributi e accettino una penalizzazione strutturale massima dell'8% (il 2% per ogni anno di anticipo). Per quanto riguarda i lavoratori "precoci", il disegno di legge prevede la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi (per uomini e donne), senza penalizzazioni ed indipendentemente dall'età anagrafica.

Questa proposta ha trovato l’opposizione di coloro che la ritengono troppo costosa e che si avvalgono delle stime dell'INPS, che prevedono una spesa di circa 8 miliardi nell’anno più costoso. Noi riteniamo che questi calcoli siano sbagliati per almeno due motivi: il primo, è che ancora una volta si individuano platee potenziali e non quelle effettive di fruitori, come se tutti i lavoratori sessantaduenni, appena varata la norma, decidessero contemporaneamente di andare in pensione. Si ripropone, cioè, l'errore di considerare tutti i lavori uguali, dimenticando che chi sta alla catena di montaggio, al lavoro notturno, chi fa l'infermiere o la maestra d'asilo, sceglierà probabilmente l’uscita anticipata; mentre il primario, il professore universitario o il dirigente d’azienda probabilmente  decideranno  di rimanere al lavoro. Inoltre, l’anticipazione interesserebbe  sicuramente le persone che hanno perso il lavoro e che rischiano di finire il periodo di fruizione degli ammortizzatori prima dell’età di pensione, restando senza reddito, mentre coloro che sono occupati possono anche ritenere più conveniente proseguire l’attività, mantenere il proprio stipendio e maturare una pensione più elevata.  Quindi, si tratta di individuare meglio le platee interessate e lo scaglionamento delle risorse necessarie, che sono sicuramente più basse di quelle indicate e, trattandosi di misure previdenziali, sarebbe opportuno riflettere sugli effetti finanziari di un pensionamento flessibile nel medio lungo periodo, e non solo sulle ricadute sugli andamenti di cassa.

L’esito di alcune elaborazioni effettuate  indica che l’onere atteso per l’erogazione della pensione anticipata decurtata del 2% annuo (con una speranza di vita che l’ISTAT 2010 indica per gli uomini di 62 anni pari a 20,971 anni) ammonta a 319.740 euro, contro i 322.772 euro, che con le stesse modalità di calcolo si avrebbero per una pensione piena erogata a partire dai 66 anni di età, sottraendo a quest’ultima cifra anche i contributi pagati nei quattro anni di permanenza al lavoro .

In altri termini, la pensione flessibile, erogata con le modalità previste dal disegno di legge, determinerebbe nel lungo termine (cioè per i prossimi ventidue anni circa) oneri inferiori dello 0,9% rispetto a quelli della pensione a requisiti rigidi erogata a partire dal compimento dei 66 anni. Siamo disposti a confrontarci da subito con il Governo su questi dati, anche perché vogliamo confutare la tesi che la flessibilità abbia soltanto un costo: non è vero, ci sono anche i risparmi e non intendiamo più accettare i conti a scatola chiusa. Occorre inoltre considerare che nella nostra simulazione la pensione rideterminata con la penalizzazione dell’8% ed erogata a partire dall’età di 62 anni, è di 1.173 euro, mentre la pensione che sarebbe percepita a 66 anni ammonterebbe a 1.545 euro mensili, oltre il 31% di differenza: all’8% di penalizzazione bisogna infatti aggiungere il mancato apprezzamento dell’assegno pensionistico a causa del mancato versamento di quattro anni di contributi, e l’effetto dei coefficienti di trasformazione più favorevoli al crescere dell’età. L’entità di questo taglio serva di monito a quanti pensano che la penalizzazione del 2% sia insufficiente.

Se si mette da parte un certo uso non adeguato delle quantificazioni finanziarie e si tiene conto di una previsione equilibrata di coloro che faranno ricorso al pensionamento anticipato penalizzato, si potrà affrontare il tema della flessibilità in uscita, che era presente nella riforma Dini del 1995 e che fu inopinatamente soppresso dalla riforma Berlusconi- Maroni del 2004. La riforma Fornero,  in un momento di grande preoccupazione sulla tenuta dei conti pubblici, fu varata senza l’indispensabile fase di transizione. Di qui il dramma degli esodati e le sette salvaguardie varate dal Parlamento e i tanti drammi sociali di questi anni. E’ possibile oggi porre riparo a queste criticità e anche al problema delle ricongiunzioni onerose, restituire flessibilità al sistema, introdurre misure di equità sociale, liberare posti di lavoro per i giovani. Il prossimo 25 febbraio, le Associazioni Lavoro&Welfare e Itinerari Previdenziali terranno un incontro alla Camera dei deputati con esponenti del Governo, del Parlamento, studiosi ed esperti per riproporre il tema che la flessibilità in uscita si può fare senza particolari tensioni sui conti pubblici. Se non ora, quando? 

 

 

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