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Welfare

Passi indietro nella (già poca) integrazione tra scuola e lavoro

di Maurizio Sacconi - Bollettino Adapt

Il sistema informativo Excelsior annualmente rileva, in una prospettiva quinquennale, i fabbisogni occupazionali e formativi delle nostre imprese. A questo sondaggio si aggiungono rilevazioni mensili, con proiezioni trimestrali, ed altre letture su base territoriale.

Nei giorni scorsi è stata presentata la indagine 2018-2022 secondo la quale tendono ad aumentare i contratti offerti ma si incrementa anche la difficoltà da parte delle imprese di incontrare le persone corrispondenti ai propri fabbisogni. Nel breve periodo (un solo mese) si stima che ben il 30% dei contratti di lavoro ipotizzati possa non essere stipulato per difficoltà di reperimento dei dipendenti idonei. Si tratta di un dato record se confrontato con la serie storica delle analoghe rilevazioni. Esso si spalma con sensibili differenziazioni sul territorio nazionale e colpisce maggiormente le aree economicamente più forti rallentandone le potenzialità di ulteriore sviluppo. Cresce inoltre la quota della domanda dedicata alle persone con alta qualificazione mentre la più elevata difficoltà di reperimento delle entrate programmate riguarda le professioni tecniche. Non si tratterebbe soltanto di una offerta esigua delle competenze cercate ma di una diffusa insoddisfazione delle imprese circa la capacità verificata negli applicants di saper stare al passo con l’innovazione.

Excelsior è un programma utile alle funzioni di orientamento delle scelte educative ed offre un contributo alle necessarie riflessioni sul rinnovamento dei metodi e dei contenuti pedagogici. Non si tratta di dedurne che il sistema di istruzione debba preparare persone immediatamente funzionali ai processi produttivi ma che esso possa, attraverso un intenso dialogo con le imprese, formare persone dotate insieme di solide conoscenze specifiche (trasversali) e di altrettanto solide capacità di relazione con gli altri, di analisi critica di ogni situazione concreta, di risoluzione dei problemi che si propongono. Sono competenze tutte che si acquisiscono non tanto attraverso il tradizionale metodo degli insegnamenti frontali segmentati, che esigono ascolto passivo, ma mediante adeguate modalità di coordinamento fra esperienze pratiche e forme di apprendimento teorico attente alla funzionalità di ogni contenuto. Si ripropone insomma il nodo della stretta cooperazione tra scuole, università e imprese timidamente avviato negli anni più recenti e già suscettibile di passi indietro a partire dal superamento della obbligatorietà nell’ultimo triennio delle superiori per l’anno scolastico in corso.

Nei prossimi anni la legge di bilancio ipotizza un drastico ridimensionamento del tempo dedicato alle esperienze lavorative che sono ora definite “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”. La qualificazione è forse più appropriata perché sottolinea il carattere educativo del lavoro ma in pratica si procede a ritroso. Per lunghi anni il tema ha trovato la fiera critica di chi si opponeva alla integrazione tra scuola e lavoro nel nome di una sorta di sacralità della funzione educativa, come tale inidonea a confondersi con il mercantilismo imprenditoriale. Lo stesso contratto di apprendistato è stato lungamente osteggiato e comunque non gli è mai stata riconosciuta la dignità di rappresentare, a certe condizioni, un percorso educativo alla pari con le altre opzioni.

Ancora oggi l’apprendistato di primo livello, che pure costituisce uno strumento insostituibile per assorbire l’abbandono precoce degli studi, rappresenta in Italia circa un decimo dell’analoga esperienza in Germania. L’apprendistato di alta formazione e ricerca si realizza in pochissime, e perciò encomiabili, situazioni. Per non parlare dell’istruzione tecnica superiore, tanto osannata quanto poco praticata, che si può calcolare in circa un centesimo del volume realizzato nella stessa Germania da sempre attenta al metodo duale.

Il rigurgito di diffidenza nei confronti della “contaminazione” sembra ora più banalmente indotto dalle pressioni di quei docenti che non amano la responsabilità di compiti ulteriori. L’ideologia si è quindi risolta ancora una volta in semplice corporativismo e sarebbe dovere della buona politica preferire (e premiare) coloro che antepongono alle pur legittime ragioni di insoddisfazione la volontà di attrezzare per un futuro imprevedibile i nostri giovani.

 

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