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di Giuliano Cazzola

La recessione ha riproposto il tema della previdenza sotto diversi aspetti. Innanzi tutto, quello (sempre immanente nella realtà italiana ed europea) della sostenibilità dei sistemi pensionistici nell'ambito complessivo dei conti pubblici. Si tratta di un indice contraddistinto da un rapporto: al numeratore sta la spesa pensionistica, al denominatore il Pil.

Negli anni della crisi, a fronte di una crescita fisiologica della spesa al numeratore, si è assistito ad un vero e proprio crollo del Pil (al denominatore): ciò ha determinato un forte incremento dell'incidenza della spesa pensionistica, riaprendo la questione della sua sostenibilità.

Basti pensare che, già nel 2010, l'andamento della spesa si è avvicinato al picco che, nelle previsioni del patto di convergenza e stabilità del 1998, era atteso alla volta del 2030-2035, mentre il rientro in una dinamica sostenibile si era spostato dal 2040 al 2060. Ma questa situazione viene bene spiegata in una relazione dell'ex Commissario straordinario dell'Inps, Vittorio Conti, di cui riportiamo il passaggio essenziale: «Partendo dal 14% circa prima della crisi, il dato attuale è al 16,3% del Pil, sarebbe salito oltre il 18% senza le recenti riforme, grazie alle quali si arriverà al 13,9% nel 2060. Tra il 2010 ed il 2060 nell'area euro il rapporto peggiora di 2 punti percentuali (di 1,5 per la UE-27), mentre per l'Italia migliora di 0,9».

In sostanza, soprattutto per effetto della crisi economica, la spesa pensionistica negli ultimi anni è cresciuta di 2,3 punti di Pil e, senza le recenti riforme, oggi il paese sarebbe lì a confrontarsi con un dato insostenibile (un'incidenza del 18% del Pil) che avrebbe cancellato in un solo colpo gli effetti di un ventennio di interventi di risanamento. Inoltre, quella pensionistica - si veda il recente saggio di Carlo Cottarelli - è pur sempre la sola spesa pubblica cresciuta durante gli anni della crisi (di 28 miliardi dal 2010 nonostante i tagli) a fronte di una diminuzione – di 24 miliardi – di quella complessiva.

Eppure, la riforma del 2011 continua ad essere una sorta di saracino della giostra, che tutti, da destra a sinistra, vorrebbero infilzare. La bandiera di questo schieramento trasversale è diventato il c.d. pensionamento flessibile. Perché, si chiedono i nostri eroi, un lavoratore non può accedere alla pensione quando più gli aggrada all'interno di un range dell'età pensionabile compreso tra una soglia minima ed una massima, incassando un assegno più alto o più basso a seconda delle sue scelte? Nei giorni scorsi, Pier Carlo Padoan, ha smorzato questi facili entusiasmi multipartisan, affermando che, nella legge di stabilità 2016 - indicata dai «predicatori di flessibilità» ai futuri pensionati come la sede della «grande riparazione» dei torti subìti ad opera delle norme del 2011 - non sarebbe stato affrontato il tema delle pensioni, mentre le risorse disponibili sarebbero state dirottate su altre priorità come la riduzione delle tasse.

Insomma, sembrava esservi piena consapevolezza che (a copertura di una manomissione della riforma Fornero sulla questione cruciale dell'età pensionabile) occorressero stanziamenti significativi che il governo preferiva impiegare altrove. Ed era giusto così, perché un intervento sull'età pensionabile, come quelli prefigurati, avrebbe avuto il solo scopo, neanche troppo recondito, di ripristinare (pur disincentivandolo) il famigerato pensionamento di anzianità, ripetendo, nella sostanza, l'errore compiuto dall'ultimo Governo Prodi, quando, al costo di 7,5 miliardi in un decennio, venne superato il c.d. scalone di cui alla riforma Maroni del 2003.

Allora, di quel salto in avanti, l'opinione pubblica si era già fatta una ragione. La medesima attuale ragione introiettata per quando riguarda i requisiti made by Fornero. Purtroppo, è arrivato, a stretto giro di twitter, il contrordine. Matteo Renzi, in una lettera ai militanti sull'Unità, ha praticamente sconfessato il ministro dell'Economia, invitandolo, insieme al collega Giuliano Poletti, a studiare delle misure di flessibilità da inserire già nella legge di stabilità, con sommo gaudio dei sindacati.

A nessuno interessa che, in un recente Rapporto dell'Economia, stia scritto che il processo di riforma del sistema pensionistico italiano è riuscito, in misura sostanziale, a compensare i potenziali effetti della transizione demografica sulla spesa pubblica nei prossimi decenni?

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