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Lavoro

Il buon lavoratore e il buon datore di lavoro nelle PA

di Maurizio Sacconi - Bollettino Adapt

Nei giorni scorsi si è conclusa la ventottesima edizione del Forum PA, l’evento annuale dedicato ad una periodica osservazione e riflessione circa l’evoluzione delle pubbliche amministrazioni. L’incontro più partecipato, tra i moltissimi che si sono svolti, è stato quello dedicato al lavoro agile nella dimensione pubblica del quale si è detto insistentemente che non va confuso con il telelavoro nè va costruito nel solo presupposto della migliore conciliazione tra tempi di lavoro e di vita. Mariano Corso, il docente del politecnico che da tempo monitora lo smartworking, ne ha parlato come del nuovo lavoro per risultati nel momento in cui l’organizzazione delle funzioni pubbliche può e deve radicalmente cambiare grazie alle tecnologie digitali. L’obiettivo del passaggio dalle prestazioni burocratiche, definite in base ai procedimenti e al vincolo spazio-temporale, al lavoro per fasi, cicli, obiettivi può concorrere ad accelerare il cambiamento. “Cittadinanza digitale”, smaterializzazione degli atti, servizi on line, interoperabilità e criterio ones onlybig data sono gli elementi di una rivoluzione che ha già trasformato radicalmente gli istituti di credito da sempre ritenuti le attività profittevoli più simili alle amministrazioni pubbliche.

Grazie alle nuove opportunità tecnologiche dovrebbe essere superato il tradizionale approccio alle riforme “per regole” sostituendolo con il metodo dei piani “industriali” di ridisegno delle funzioni come siano “native digitali”. Il lavoro agile insomma dovrà inserirsi in questo processo di reingegnerizzazione delle attività pubbliche, essere misurabile in base alla produttività, ricevere una remunerazione collegata ai risultati. Altro che tornelli! Si è tuttavia in quella sede considerato il limite terribile che frena il cambiamento del lavoro nelle amministrazioni pubbliche. L’assenza cronica del buon datore di lavoro quale garanzia di una gestione dei dipendenti pubblici tesa alla qualità dei servizi e alla soddisfazione dei cittadini rimuovendo ogni tentazione autoreferenziale e corporativa. Allo stato mancano l’effettivo impiego della contabilità economico-patrimoniale analitica per centri di costo, una sana dialettica tra la funzione politica di indirizzo e quella amministrativa di attuazione, il potere direttivo e organizzativo dei dirigenti in quanto viziato dal “necessario consenso” del sindacato, l’assegnazione ad ogni area operativa di un budget definito, un controllo interno ed esterno di tipo sostanziale.

Vedremo ora se l’occasione offerta dal salto tecnologico farà superare tutto ciò rovesciando il tradizionale circolo vizioso del pubblico in un circolo virtuoso. Il lavoro, ancora una volta, può esserne il motore.

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