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di Giuliano Cazzola 

Elsa Fornero si è pentita o si è arresa? Si è convinta delle ragioni di chi critica la riforma delle pensioni del 2011 perché troppo rigida sull’aspetto cruciale dell’età di pensionamento oppure si è stancata di difendersi, spesso da sola, da accuse violente e disoneste? Fatto sta che, in una recente intervista, l’ex ministro ammette che ‘’si può recuperare un po’ di flessibilità’’ in uscita con una penalizzazione, per il lavoratore, pari al 3-3,5% per ogni anno di anticipo rispetto all’età di vecchiaia.

Ammesso e non concesso che le condizioni di emergenza siano in parte superate, non avrebbe un senso compiuto riaprire una questione essenziale per l’equilibrio dei conti pubblici. Elsa Fornero potrebbe  autoassolversi con i dati di monitoraggio dell’Inps, riguardanti l’età effettiva media alla decorrenza della pensione, nei settori privati,  nel periodo tra il 2009 e i primi due mesi del 2015, quando sono andati complessivamente in pensione oltre 1,5 milioni  di lavoratori (di cui 745mila di anzianità/vecchiaia anticipata  e 758mila di vecchiaia).

Le nuove regole hanno determinato un incremento importante dell’età media di vecchiaia (per il solo effetto dell’equiparazione, con gradualità accelerata, del requisito anagrafico delle donne a quello degli uomini),  mentre hanno interessato di soli  12 mesi  (da 59 a 60 anni)  l’età effettiva media del pensionamento anticipato. 

Con riferimento a tutte le gestioni, l’età effettiva di vecchiaia degli uomini è aumentata solo di 8 mesi, mentre quella delle donne di 3 anni; quella cumulata di 3,3 anni. Diverso l’andamento per  le pensioni d’anzianità/vecchiaia anticipata: l’incremento è stato di 1,2 anni per gli uomini,  di 1,4 per le donne; di 1 anno il dato complessivo. In sostanza, il requisito anagrafico del pensionamento anticipato rimane più o meno al livello  precedente la riforma Fornero. Del resto, anche adottando una penalizzazione economica (peraltro rifiutata dai sindacati)  per chi si avvalesse della flessibilità, aumenterebbe, a seguito dell’abbassamento del requisito anagrafico,  il numero dei pensionati e, quindi, anche la spesa pensionistica, che è pur sempre la sola quota di spesa pubblica cresciuta durante gli anni della crisi: di 28 miliardi dal 2010, nonostante i tagli (mentre quella totale è diminuita di 24 miliardi). 

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