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di Giuliano Cazzola (tratto da www.formiche.net)

Nel Luna Park delle pensioni hanno nuovamente scoperto l’acqua calda. Tutti si lamentano perché vi sono 135mila pensionati in meno. E perché, in media, le donne percepiscono un trattamento inferiore di 6mila euro l’anno rispetto a quello degli uomini. Il fatto è che le riforme si fanno proprio per diminuire il numero delle pensioni (e quindi anche la spesa) rallentandone il flusso tramite più severi requisiti per l’età di pensionamento.

Nell’anno in cui entra in vigore un inasprimento delle regole (secondo un consueto percorso di gradualità) gli assegni diminuiscono di numero, poi magari aumentano l’anno successivo.

Quanto al caso delle lavoratrici, non è il sistema pensionistico a portare la responsabilità di importi più bassi di quelli dei lavoratori. Si tratta, purtroppo, della posizione di maggiore debolezza che le donne hanno nel mercato del lavoro e che si riflette anche sulla pensione.

E’ sufficiente ricordare, ad esempio, che sono gli uomini ad utilizzare, in grande maggioranza, il pensionamento anticipato di anzianità perché sono in grado di far valere storie contributive lunghe e continuative (almeno nel caso delle attuali generazioni di pensionati e pensionandi) come quelle richieste per tale tipologia di trattamento.

Le donne, invece, sono in prevalenza costrette ad attendere il compimento dell’età prevista per la vecchiaia, quando il requisito contributivo minimo richiesto è di soli 20 anni. Così, accade che, di solito, le donne vadano in pensione più tardi e con un assegno più basso di quello degli uomini.

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