Tu sei qui

Lavoro

Del Conte: «Ripresa sostenuta e politiche attive, la ricetta per il lavoro»

di Claudia Marin (tratto da Quotidiano nazionale) 

«Abbiamo una crescita timida, ma già con occupazione. E questo non era scontato dopo una recessione così pesante. Ora, per un incremento robusto dei posti di lavoro, la sfida si gioca tutta sull’accelerazione della ripresa e sul decollo delle politiche attive». Maurizio Del Conte, giuslavorista bocconiano, neo presidente dell’Anpal, la nuova Agenzia per il lavoro, e soprattutto uno dei registi del Jobs Act, guarda con prudente ottimismo agli ultimi dati Istat sull’occupazione, ma non nasconde che la partita è solo al primo tempo: occorre far attivare i disoccupati, anche togliendo il sussidio a chi non vuole farlo.

Professore, le cifre dell’Istat, nell’anno del Jobs Act e della decontribuzione piena, lasciano, però, a desiderare.

«Non dobbiamo guardare alle micro oscillazioni mensili. Anno su anno, invece, i movimenti ci dicono che la ripresa non è senza occupazione come in verità ci si poteva anche aspettare. Non solo. C’è un forte spostamento dai contratti spuri, quelli cosiddetti finti autonomi, verso contratti non solo regolari ma anche a tempo indeterminato. Una ripulitura del mercato, insomma, sta avvenendo».

Il mercato si ripulisce, ma non sembra crescere. Anzi, aumentano addirittura gli inattivi.

«Per vedere un significativo incremento dell’occupazione dobbiamo aspettare una rilevante crescita economica. Quello degli inattivi, invece, è uno dei problemi da affrontare proprio con lo sviluppo delle politiche attive, che sono rivolte soprattutto a riattivare i lavoratori che non lavorano né cercano lavoro».

Come?

«La leva vera sta nelle politiche per riqualificazione professionale, accompagnamento in un percorso di lavoro, e, naturalmente, collegamento tra riscossione del sussidio e attivazione. Bisogna cambiare l'approccio: la disoccupazione non può essere uno stato passivo della persona ma uno stato dinamico nel quale lo Stato interviene per garantire il reddito ma al contempo interviene per spingere verso un lavoro. Tra l’altro, ridurre al minimo il periodo di transizione da un’occupazione all’altra è fondamentale anche per evitare buchi contributivi e pensioni misere, come segnala il Rapporto dell’Ocse».

I dati Istat registrano anche la significativa permanenza al lavoro degli ultracinquantenni, per effetto della riforma Fornero: non è un ostacolo all’ingresso dei giovani?

«Dobbiamo certamente fare i conti con una distribuzione demografica del lavoro diversa da quella precedente alla riforma Fornero. Ma l’effetto tappo non è uno a uno: non è vero che per ogni lavoratore anziano che tengo in azienda non assumo un giovane. C'è comunque un ricambio, seppure inferiore».

Il ministro Poletti ha aperto la strada anche a un’idea diversa di lavoro: quali saranno i punti-chiave dei disegni di legge sullo smart work e sul lavoro autonomo?

«Per il vero lavoro autonomo, oltre alla contribuzione, si vogliono affrontare problemi come i tempi dei pagamenti, la sicurezza del credito, le clausole che non siano imposte o modificate unilateralmente dall'altra parte. E naturalmente c'è anche un problema welfare, nel senso di prestazioni relative alla maternità e alla malattia. Quanto al lavoro agile, sarebbe miope non considerare la disarticolazione dei luoghi e dei tempi del lavoro subordinato. È giusto consentire che sia svolto anche da casa, anche fuori dall'idea di un orario fisso prestabilito, con strumenti che oggi permettono l'attività in remoto. Si tratta di aggiornare modelli organizzativi delle imprese in parallelo con la regolamentazione delle leggi». 

I nostri partner