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Welfare

Che cosa può fare il welfare aziendale per la scuola italiana

Un recente rapporto Eurostat offre un quadro impietoso sui livelli di istruzione in Italia. Nel 2017 siamo al penultimo posto in Europa - precediamo solo la Romania - per numero di laureati sulla popolazione in età di lavoro: 16,3% contro una media del27,7%. E nella fascia dei giovani tra 25 e 34 anni le cose non vanno meglio: i nostri laureati sono il 26,4%, mentre la media europea è del 38,8%. Particolarmente elevato è il numero degli italiani che non hanno raggiunto neppure il diploma: il 41,1% dei cittadini in età di lavoro (media UE 26,2%) e il 25,6% dei giovani tra 25 e 34 anni (media UE 16,4%).

 

Le possibilità di crescita del nostro paese sono frenate dal basso livello delle competenze nel mondo del lavoro. A sua volta la mobilità sociale è da tempo bloccata, provocando un crescente divario tra ricchi e poveri. Cercate quanto volete ricette magiche per l’equità e la crescita: le soluzioni vere sono di lungo termine, e al centro di tutto c’è il problema della scuola, dell’università e della capacità delle famiglie di sostenere il completamento del percorso formativo dei propri figli.

 

Che c’entra il welfare aziendale con tutto questo? C’entra moltissimo, ed anzi esso può dare un contributo determinante per la scolarizzazione del nostro paese, come appare dalla ricerca di MBS Consulting “Il bilancio di welfare delle famiglie italiane”. Anzitutto perché 7,8 milioni di famiglie affrontano, perlopiù con fatica, spese per l’istruzione dei figli a qualsiasi livello, da quello prescolare agli studi universitari e postuniversitari; e tra di loro sono 6,3 milioni le famiglie con lavoratori dipendenti, potenzialmente beneficiarie delle iniziative di welfare delle imprese. Di queste, 1,1 milioni hanno almeno un figlio all’asilo o nella scuola materna, 4,3 milioni hanno un figlio che frequenta la scuola dell’obbligo, 890.000 l’università. Sostenere queste famiglie è il tema chiave per la mobilità sociale delle generazioni future.

 

Il Rapporto di MBS Consulting quantifica in 15 miliardi la spesa sostenuta dalle famiglie per l’istruzione. Sono spese di diverso tipo: rette di iscrizione (8,7 miliardi), altre spese per la didattica (3,8 miliardi), trasporti e mensa (2,6 miliardi). Una fetta consistente (5,4 miliardi) è destinata alla fase iniziale del ciclo di educazione, ovvero asilo nido e scuola materna. Una precisazione:non sono inclusi i costi per l’assistenza all’infanzia (baby sitter: 2,1 miliardi) né per la cultura e il tempo libero (altri 7,6 miliardi). Limitiamoci quindi all’istruzione in senso stretto: la spesa media è di 1.937 euro per famiglia utilizzatrice, pari al 6,5% del reddito familiare netto. Questa dimensione spiega perché tra gli interventi di welfare aziendale auspicati dalle famiglie con figli minori il sostegno scolastico sia al top: il 37,8% degli intervistati ritiene che la propria azienda dovrebbe intervenire sul tema, e considera questo ambito prioritario. 

 

Ma è importante sottolineare che non partiamo da zero. Il welfare aziendale è un movimento in pieno sviluppo, che già supporta gli sforzi delle famiglie per l’istruzione: 968 mila utilizzano convenzioni con asili nido o scuole materne, 608 mila ricevono aiuti per le spese scolastiche e universitarie, 180 mila hanno ottenuto borse di studio aziendali. Sono numeri importanti, che segnalano il valore potenziale dell’iniziativa delle imprese, anche se l’entità degli importi è ancora lontana dal poter colmare il fabbisogno delle famiglie.

 

Il Rapporto di MBS Consulting sul bilancio di welfare delle famiglie italiane mostra quanto il costodell’istruzione pesi soprattutto sulle famiglie più povere, provocando un consistente fenomeno di rinuncia. Nel segmento dei meno abbienti (con un reddito familiare medio netto di 13.600 euro), a cui appartiene il 30,6% della popolazione, le spese per l’istruzione incidono per l’8,9% sul reddito delle famiglie utilizzatrici, mentre nel segmento più agiato (reddito medio netto di 69.000 euro, 8,5% della popolazione) l’incidenza sul reddito scende al 4,1%. Le famiglie che dichiarano di affrontare con difficoltà le spese per l’istruzione dei figli sono in generale il 76%, ma raggiungono il 99% nella fascia dei meno abbienti.

 

A causa di ciò il 35,4% delle famiglie dichiara di fare delle rinunce nell’istruzione. Ma di cosa si fa a meno esattamente? A guardar bene non si tratta delle prestazioni scolastiche in senso stretto - che nel ciclo dell’obbligo sono assicurate gratuitamentedal sistema pubblico - ma di attività integrative come corsi specifici (59,1%) o gite scolastiche (32,2%). È il complesso delle attività parascolastiche e dei supporti necessari all’accesso alla scuola il terreno in cui si disegna la linea della differenza tra nuclei abbienti e meno abbienti. Un ambito che è tuttavia sempre più rilevante negli iter scolastici di vario ordine e grado. 

A queste cifre, però, dobbiamo aggiungere le interruzioni nel percorso di istruzione successivo al ciclo dell’obbligo, che non costituiscono rinuncia in senso stretto: secondo i dati ISTAT 2016 (ultimi disponibili), il tasso di abbandono nella scuola secondaria superiore è del 14,7%, superiore di quasi 4 punti alla media europea (11%) e i diplomati che si iscrivono all’università sono solamente il 49,1%.

 

Possiamo dunque segmentare in tre grandi aree il contributo che ilwelfare aziendale può dare alle famiglie per l’istruzione di figli: il sostegno nella fase critica della prima infanzia (fase critica anche per l’esigenza di supportare i genitori, e in particolar modo le madri, nella conciliazione tra le esigenze della vita personale e il lavoro); il sostegno alle attività di supporto e di integrazione didattica nella scuola dell’obbligo e superiore; e infine – di primaria importanza vista l’arretratezza del nostro paese – il sostegno all’accesso e al completamento degli studi universitari e di specializzazione.

 

Questi dati indicano una direzione precisa. Il welfare aziendale non ha nulla a che fare con l’antica contrapposizione tra istruzione privata e pubblica: il nostro paese non può fare a meno di un robusto sistema pubblico di istruzione prescolare, scolare e universitaria. Ma non possiamo attenderci che gli investimenti necessari a favorire l’accesso a tutti i livelli dell’istruzione e a integrare il percorso di studi, soprattutto per le famiglie meno abbienti,vengano esclusivamente dalla spesa pubblica.

Le famiglie chiedono alle proprie aziende di ampliare il raggio dei sostegni a favore dell’istruzione dei figli e, aggiungiamo noi, cercano aiuti per colmare i gap di opportunità in quel territorio fatto di occasioni formative extra-aula sempre più centrali nel percorso educativo. 

 

Le imprese si confrontano quindi con una grande opportunità di valorizzazione del proprio ruolo sociale. Potranno coglierla pienamente se non si limiteranno a erogare contributi on demand, e agiranno invece come soggetti capaci da un lato di sollecitare e canalizzare la domanda delle famiglie e dall’altro di facilitare la risposta delle istituzioni formative nel territorio.

Si pone insomma il tema di una più efficace mediazione tra i bisogni delle famiglie e le capacità di offerta del sistema formativo.

 

Le famiglie hanno bisogno di essere supportate per riconoscere le proprie esigenze e individuare soluzioni che attualmente non vengono in luce. Mediazione in questo caso vuol dire innanzitutto informazione, ma anche affiancamento e counseling offerto ai lavoratori dipendenti e alle loro famiglie perché questo avvenga. Èun compito che può essere assunto dalle imprese, laddove la struttura organizzativa lo consenta, o da associazioni e reti di imprese o da fornitori di servizi comuni nel caso delle PMI. 

 

Ma è sul lato del rapporto tra le imprese e la scuola che il welfare aziendale può agire nel modo più innovativo. Le recenti riforme hanno rafforzato l’autonomia degli istituti scolastici e sollecitato la loro apertura al tessuto sociale e produttivo del territorio. Il welfare aziendale può permettere alle imprese di generare nuove opportunità di incontro con il sistema scolastico, contribuendo con iniziative concrete al suo rinnovamento. 

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