Tu sei qui

Formazione

Alternanza, apprendistato, ITS: cosa cambia con la Legge di bilancio 2019

di Matteo Colombo - Bollettino Adapt

La Legge di bilancio 2019 (l. 145/2018), approvata lo scorso 30 dicembre, porta con sé significative novità in merito ai percorsi d’alternanza scuola-lavoro, all’apprendistato, e agli Istituti Tecnici Superiori.

Per quanto riguarda l’alternanza, a poco o nulla sono valse le quasi 22.000 firme raccolte da Federmeccanica per evitarne la riduzione del monte ore: ad oggi, almeno sulla carta, i percorsi d’alternanza scuola-lavoro sono drasticamente depotenziati. Il termine, che non era mai stato apprezzato dal Ministro Bussetti, sparisce e viene sostituito da “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”, come si legge al comma 784 della legge. Non solo: anche il monte ore minimo, precedentemente fissato a 400 ore per istituti professionali e tecnici, e 200 per i licei (così come previsto dalla “Buona Scuola”, l. 107/2015), diventa di 210 ore per gli istituti professionali, 150 per gli istituti tecnici e 90 per i licei. Inizialmente il nuovo monte ore per gli istituti professionali sarebbe dovuto essere di 180 ore, ma un emendamento a firma dell’On. Gelmini ha ottenuto l’aumento a 210. A seguito di ciò, si è pensato che anche gli istituti tecnici avrebbero potuto vedere un “rialzo” di 30 ore, arrivando a 180, anche come tentativo di risposta, seppur timido e parziale, al successo della già citata petizione lanciata da Federmeccanica. Niente di fatto: dopo l’approvazione dell’emendamento sopra citato, la discussione in Senato, forse complice l’approvazione del maxi-emendamento e lo scarso tempo a disposizione, non è più tornata sull’argomento. Oltre al nome e al monte ore, un ulteriore modifica riguarda le risorse destinate a questi percorsi: esse vengono infatti rimodulate per far seguito alla riduzione della durata dei percorsi. Dato che quest’ultima è stata tagliata del 50%, anche le risorse assegnate subiscono un taglio del 50%, passando da 100 a circa 50 milioni, già a partire dall’anno scolastico in corso. La Legge di Bilancio interviene quindi in modo drastico, cancellando (quasi con una damnatio memorie) il nome di questi percorsi, che era divenuto noto al grande pubblico dopo l’approvazione della riforma del 2015 (sebbene, in sé stesso, molto più “antico”), e riducendone la durata e risorse assegnate. Il naturale effetto di tutto ciò è un’ulteriore riduzione: quella dell’importanza di questi percorsi, ridotti ad appendice di una didattica ancora tutta incentrata sulla dimensione scolastica, dove appunto la parola “lavoro” viene fatto sparire e si fissa l’attenzione esclusivamente sulla figura dello studente: obiettivo è infatti “orientarlo” e migliorarne le “competenze trasversali”.

Ma, e questo è forse l’errore – più pedagogico che politico – della nuova legge: non è possibile realizzare percorsi di vero orientamento e di sviluppo di competenze “soft”, senza a monte progettare e realizzare dei veri percorsi di alternanza scuola-lavoro. In altre parole, senza una vera collaborazione – non solo gestionale, ma soprattutto didattica – tra mondo del lavoro e scuole ciò che rimane sono piccoli “gite” o “micro-stage”, di certo non percorsi significativi per i giovani e per la loro formazione integrale. Il Governo dovrebbe occuparsi di fornire i giusti strumenti e il necessario sostegno per la buona riuscita di queste esperienze: è evidente che, dimezzandone i fondi e il monte orario, dimostra di non credere in questo metodo pedagogico.

Niente di nuovo: già nel c.d. “Contratto di Governo” si era annunciata l’intenzione di modificare la “Buona Scuola”, arrivando a concludere a proposito dell’alternanza scuola-lavoro che “uno strumento così delicato che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso” (Contratto per il Governo del Cambiamento, pag. 41). Coerentemente con la propria proposta politica, il Governo ha quindi deciso di stravolgere i percorsi d’alternanza, concependola come uno strumento – il quale può sì essere utile, oppure no, in base a come viene utilizzato – e non come metodo, finalizzato a una formazione integrale.

Ciò nonostante, è opportuno segnalare che la Legge di Bilancio in analisi prevede che, entro due mesi, il MIUR provvederà a realizzare “linee guida in merito ai percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”. Per comprendere quindi nel dettaglio come cambierà il senso di questi percorsi è opportuno attendere questo decreto, seppur lo spazio di manovra nel quale potrà muoversi, a fronte della riduzione delle risorse a disposizione, sarà molto limitato.

Se a proposito dell’alternanza scuola-lavoro l’intervento governativo è stato significativo, altrettanto non si può dire dell’apprendistato. Nemmeno citato nel “Contratto di Governo”, anche in questa finanziaria trova poco spazio. La legge interviene solamente sull’apprendistato di primo livello, finalizzato al conseguimento della qualifica e del diploma professionale, del diploma d’istruzione secondarie superiore e del certificato di specializzazione tecnica superiore. Il Jobs Act ne aveva promosso la diffusione tramite la c.d. “sperimentazione del sistema duale”. Il finanziamento dei percorsi formativi collegati a questa sperimentazione (apprendistato di primo livello e alternanza) viene aumentato per l’anno 2019, passando da 75 milioni a 125 (c. 281). L’aumento è destinato al finanziamento dei percorsi formativi: principali destinatari saranno quindi, realisticamente, scuole e istituti professionali regionali. Allo stesso tempo, c’è un netto taglio delle risorse destinate al finanziamento degli incentivi per l’assunzione – e quindi destinati ai datori di lavoro – di giovani in apprendistato di primo livello, che erano stati previsti dal d.lgs. 150/2015. La precedente legge di Bilancio aveva stanziato 15,8 milioni per il 2019 e 22 per il 2020: con l’attuale legge di Bilancio, questi stanziamenti scendo a 5 milioni per il 2019 e 5 milioni per il 2020 (c. 290). Sono provvedimenti, questi, che di fatto non determineranno significativi cambiamenti in merito alla diffusione dell’istituto. D’altronde, come già ricordato è lo stesso Governo che non ha mai mostrato particolare interesse a proposito dell’apprendistato, citato (in negativo) solamente a proposito dell’alternanza scuola-lavoro: il ministro Bussetti accusava infatti che alcuni percorsi d’alternanza erano in realtà “apprendistati occulti”.

Manca però una definizione – in positivo – di cosa l’apprendistato dovrebbe essere nei progetti dell’attuale governo, se insomma esso costituisce ancora – almeno idealmente – la “modalità d’ingresso prevalente dei giovani nel mercato del lavoro” (come indicato dalla legge 92/2012, c.d. “Riforma Fornero”), sulla quale puntare per favorire un’occupazione di qualità. Per ora tutto tace, e nel silenzio viene completamente ignorato l’apprendistato di terzo livello, cioè quello di alta formazione e ricerca, il quale invece, se opportunatamente valorizzato (non solo economicamente), potrebbe essere un efficace strumento di placement per tanti giovani, utile anche alle aziende per ottenere lavoratori competenti e formati con un metodo (quello dell’integrazione formativa) attento alle concrete esigenze espresse dal mondo produttivo. Di certo non era compito della Legge di Bilancio esporre l’idea del Governo a proposito dell’apprendistato, ma il limitato posto che occupa lascia intuire lo scarso interesse per l’istituto e la limitata fiducia sul fatto che possa essere un utile strumento per promuovere l’occupazione e la formazione dei giovani.

Per quanto riguarda invece gli Istituti Tecnici Superiori, le novità sono molte e interessanti. Già lo scorso agosto il Ministro Bussetti aveva espresso l’intenzione di potenziarli, proposito rinnovato con l’approvazione dell’atto di indirizzo del MIUR per il 2019, dove (al punto 3) si legge che si vuole “diffonderne la conoscenza tra i giovani”, “aumentare il numero degli iscritti e migliorar la sinergia con le Regioni”, e “introdurre metodologie e percorsi innovativi legati a Industria 4.0”. In Legge di Bilancio (cc. 465-469) vengono quindi ridefinite le modalità di erogazione delle risorse del “Fondo per l’istruzione tecnica superiore”, introducendo una scadenza annuale per la ripartizione delle risorse tra le regioni: il 30 settembre. Si avranno così tempi certi a proposito dell’erogazione dei fondi necessari. Di particolare importanza sarà il DPCM che verrà emanato entro i prossimi sei mesi, su proposta del MIUR sentiti anche il Ministero del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico, previa intesa in Conferenza Stato – Regioni, che di fatto si occuperà di ridefinire nuovi standard organizzativi, gestionali e di valutazione degli ITS. Questo decreto avrà quindi l’obiettivo di potenziare e rendere più efficace l’offerta formativa realizzata dagli Istituti Tecnici, chiamati oggi ad aumentare i loro numeri (sia per quanto riguarda i percorsi offerti, sia gli iscritti, che i diplomati) anche a fronte della crescente richieste di tecnici specializzati e figure professionali altrimenti di difficile reperimento sul mercato del lavoro.

È opportuno segnalare che la Legge di Bilancio prevede anche uno sgravio fino a 8.000 euro destinato ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato giovani neolaureati che hanno conseguito come votazione finale 110 e lode e con una media ponderata di almeno 108 (cc. 706-717). Misure volte a favorire l’occupazione giovanile sono indubbiamente positive, in questo caso è necessario però chiedersi: è opportuno stanziare 70 milioni in due anni per favorire l’assunzione di giovani eccellenti, i quali già partono – giustamente – “favoriti” alla ricerca di un’occupazione, anziché concentrarsi su misure di politica attiva in grado di avvicinare tout court giovani e lavoro, senza andare a selezionare “solo” i più meritevoli e migliori, oppure investire queste risorse per incrementare i fondi per il diritto allo studio? Inoltre, i criteri di valutazione sono diversi da Ateneo ad Ateneo, così come sono diversi a fronte di percorsi di studi differenti: i laureati delle Università e dei percorsi di studi d’eccellenza, nei quali ad una più alta valutazione corrisponde un’effettiva migliore preparazione e competenza, rischiano così di vedersi penalizzati da questo provvedimento, a tutto vantaggio di percorsi di studi e di Atenei nei quali le valutazioni sono meno severe e più “elastiche”. Anche in questo caso, si assiste quindi a un intervento limitato e parziale, nel senso che alle sue spalle non ha una visione complessiva di come promuovere la crescita dell’occupazione giovanile, che nei moderni mercati transizionali del lavoro non può essere determinata solamente da incentivi economici e sgravi all’assunzione, tantomeno se destinati a una platea selezionata e limitata di soggetti.

Concludendo, la Legge di Bilancio svolge il ruolo di pars destruens: sono tagliati e rinominati i percorsi d’alternanza, è per lo più ignorato l’apprendistato, sono annunciati cambiamenti a proposito degli ITS. Si dovrà attendere la pars costruens, rappresentata dalle nuove Linee Guida per i percorsi per le competenze trasversali, e il Decreto per gli ITS, i cui contenuti saranno determinanti per comprendere gli obiettivi del Governo in merito a questi percorsi. Ad oggi, siamo davanti a un brusco passo indietro rispetto all’introduzione di metodi in grado di favorire un vero rinnovamento della didattica e della formazione, nonostante i molteplici appelli, soprattutto da parte delle imprese, affinché mondo della scuola e mondo del lavoro trovino un linguaggio comune attraverso il quale progettare e gestire percorsi di formazione di qualità, in grado di favorire una vera occupabilità dei giovani, anche a fronte dell’ancora tristemente elevata disoccupazione giovanile e al fenomeno dei NEET.

Il metodo dell’integrazione formativa, realizzato attraverso gli strumenti dell’alternanza scuola-lavoro, dell’apprendistato e degli ITS, vuole promuovere una formazione integrale della persona, promuovendone l’occupabilità non solo a breve termine. L’alternativa è spesso quello di una formazione school-based, autoreferenziale e quindi, inevitabilmente, parziale. La Legge di Bilancio 2019, almeno per quanto riguarda i percorsi considerati, va purtroppo in quest’ultima direzione: attendiamo ora con fiducia la pars costruens con le nuove Linee Guida e il Decreto ITS, sperando di assistere a una rivalutazione del metodo dell’integrazione formativa e alla promozione di un vero dialogo tra mondo della scuola e mondo del lavoro, così da unire, in una logica di completamento e arricchimento, le rispettive dimensioni in percorsi efficacemente formativi, i cui primi beneficiari sono i giovani stessi.

I nostri partner