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Pensioni

I pensionati italiani sono davvero i più bistrattati?

di Giuditta Mosca - Wired.it

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha pubblicato il 5 dicembre il report Pension at glance, una panoramica dell’età pensionabile e dei redditi pensionistici dei 35 paesi membri, scattando due fotografie per ognuno di essi, una della situazione attuale e una della situazione futura. Per il momento, stando ai dati forniti, i pensionati italiani non sono i più svantaggiati ma, in futuro, le cose cambieranno in peggio.

Il contesto generale
Prima di sviscerare i numeri è opportuno contestualizzarli. Nel periodo 2010-2015 lo Stivale ha dedicato al sistema pensionistico il 15,7% del Pil. Le modifiche apportate al sistema contributivo e l’innalzamento dell’età del pensionamento tendono a fare diminuire di due punti questa percentuale (la seconda più alta tra i paesi Ocse), contro una diminuzione prevista nella zona Ue dello 0,1%.

Il reddito dei pensionati italiani
Chi ha più di 66 anni ha un potere di acquisto simile a chi fa ancora parte della popolazione attiva (coloro che lavorano), un dato superiore a quello medio registrato nella zona Ocse, laddove i pensionati hanno un reddito inferiore del 12% rispetto a chi lavora. Se ci si limita alla fascia d’età che va dai 66 anni ai 75 anni i pensionati italiani percepiscono più denaro di chi lavora.

Anche in questo caso è d’obbligo contestualizzare: reddito maggiore non significa benessere tant’è che, in Italia, il 9,3% degli over 65 vive in una situazione di povertà, dato che sale al 12,6% a livello nazionale, quindi nella popolazione totale. Considerando i valori medi dei paesi Ocse, un lavoratore che va in pensione percepisce il 53% del suo stipendio, in Italia questo valore sale fino all’83%. Ciò è dovuto all’ingegnerizzazione del sistema pensionistico, che tiene conto dell’ultima busta paga del singolo lavoratore, in un contesto in cui le remunerazioni crescono in base all’anzianità di servizio. I dati, relativi al 2014, mostrano che il reddito pensionistico italiano è il quinto nella zona Ocse, dietro a Francia, Lussemburgo, Israele e Spagna. Da ribadire come questo non sia sufficiente a dichiarare ricchi i pensionati italiani, piuttosto tra i meno poveri.

L’età del pensionamento
Le forti proteste degli ambienti sindacali che si scatenano ogni qualvolta in cui il governo pensa a una riforma del sistema pensionistico rischiano di creare una visione distorta della realtà. L’età media del pensionamento in Italia è di 63 anni (dati 2016), una delle più basse tra i 35 paesi Ocse. In Corea, Messico, Cile e Giappone la pensione scatta in media oltre i 70 anni e, restando in Europa, solo 7 Stati prevedono un’uscita più prematura dal mondo del lavoro. 

In sintesi, l’Osservatorio Ocse premia e allarma: se da una parte le riforme al sistema pensionistico hanno permesso una maggiore stabilità, dall’altra parte penalizzeranno chi entra oggi (o è entrato da poco) nel mondo del lavoro.

La situazione sta cambiando
La seconda fotografia scattata dall’Ocse disegna un futuro completamente diverso. I nati nel 1996, in altre parole chi è entrato nel mondo del lavoro nel 2016 all’età di 20 anni, andranno in pensione a 71,2 anni. Negli altri paesi Ocse, i nati nel 1996 andranno in pensione in media a 65 anni. Ma il pericolo è altrove, come esplicita il rapporto, sottolineando come i giovani d’oggi, confrontati con il pericolo di carriere interrotte a causa della disoccupazione o di altri fattori, andranno in contro a uno stato di probabile povertà.

Il rapporto è lapidario nelle sue conclusioni, riconoscendo la necessità per l’Italia di limitare il reddito pensionistico odierno per avere riserve sufficienti ad affrontare il futuro.

La percezione del pericolo da parte dello Stato
La conclusione dell’Ocse non è condivisa dall’Ufficio parlamentare di bilancio. In un rapporto rilasciato lo scorso agosto, si legge che le relazioni finanziare tra Stato e Inps non sono rilevanti né per il debito pubblico né sotto il profilo dello squilibrio del sistema previdenziale, tant’è – conclude la nota – che il sistema pensionistico vige sotto “l’insorgere di allarmi ricorrenti e non fondati”.

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